
Se ti sei mai sentito sopraffatto da flussi incessanti di informazioni, non sei solo. Negli ultimi anni, il fenomeno dell’infobesity , “obesità informativa”, ha catturato l’attenzione di psicologi e neuroscienziati, che ne indagano gli effetti sul benessere cognitivo ed emotivo.
In questo articolo esploreremo cosa significa realmente sovraccarico informativo, come influisce sul cervello e sulle emozioni, e quali strategie scientificamente supportate possono aiutarci a gestirlo in modo efficace.
L’infobesity si verifica quando il cervello riceve più stimoli di quelli che può elaborare efficacemente, creando un sovraccarico cognitivo ed emotivo (Eppler & Mengis, 2004; Bawden & Robinson, 2009). Non è solo questione di quantità, ma anche di complessità, contraddittorietà e intensità emotiva dei messaggi ricevuti. L’era digitale ha moltiplicato le fonti di informazioni: social media, chat di lavoro, newsletter, notifiche push e news in tempo reale creano un flusso costante che stimola continuamente il nostro cervello. Senza pause o filtri, il sistema cognitivo ed emotivo fatica a tenere il passo.

Dal punto di vista neuroscientifico, l’amigdala centro della rilevazione del pericolo, si attiva di fronte a stimoli percepiti come urgenti, mentre la corteccia prefrontale, responsabile del controllo cognitivo, lavora per interpretare e selezionare informazioni. Quando il carico supera le capacità di elaborazione, si genera un conflitto tra sistema emotivo e cognitivo e possono comparire ansia, difficoltà di concentrazione e affaticamento mentale (Mark et al., 2016; Sapolsky, 2015).
Gli effetti psicologici dell’infobesity sono concreti. L’esposizione continua a informazioni, soprattutto negative o contraddittorie, può aumentare stress e ansia, compromettere memoria e attenzione, e generare affaticamento decisionale, con conseguente difficoltà a prendere scelte ponderate o rimandare decisioni importanti (Baumeister et al., 1998; Holman et al., 2014). In questo contesto, il cervello fatica a distinguere ciò che è rilevante da ciò che è superfluo, alimentando un circolo di preoccupazione e sovraccarico emotivo.

La neuroscienza spiega questi fenomeni in termini di attivazione limbica e prefrontale: il flusso continuo di stimoli stressanti mantiene l’amigdala attiva, mentre la corteccia prefrontale cerca di modulare le emozioni e integrare le informazioni. Questo squilibrio provoca stanchezza cognitiva, irritabilità e difficoltà nella regolazione emotiva. Contenuti ad alto carico emotivo, come notizie catastrofiche, amplificano queste reazioni, consolidando schemi di attenzione selettiva verso stimoli negativi (Holman et al., 2014).
Come psicologa, suggerisco strategie basate su evidenze scientifiche per gestire il sovraccarico informativo. Filtrare le fonti, selezionando solo quelle affidabili e rilevanti, riduce rumore e confusione (Bawden & Robinson, 2009). Stabilire pause digitali e momenti senza notifiche permette al cervello di recuperare e regolare l’attivazione emotiva.

La pratica di mindfulness, respirazione consapevole o altre tecniche di regolazione emotiva riduce l’attivazione limbica e rafforza la funzione prefrontale, migliorando attenzione e equilibrio (Hölzel et al., 2011). Allenare la mente a distinguere ciò che è utile da ciò che è superfluo favorisce decisioni più consapevoli e protegge la salute mentale. Infine, se il sovraccarico genera disagio significativo, il supporto di uno psicologo può offrire strumenti personalizzati per elaborare stimoli complessi e sviluppare strategie di coping efficaci.
Non tutte le informazioni sono negative. Il punto non è evitare il mondo, ma gestire il flusso in modo consapevole.

Un cervello esposto a informazioni selezionate e integrate correttamente sviluppa resilienza emotiva, maggiore flessibilità cognitiva e migliori capacità attentivi (Mark et al., 2016). Gestire il sovraccarico informativo significa imparare a nutrire la mente senza sopraffarla, riconoscendo i propri limiti cognitivi ed emotivi e creando uno spazio sicuro per elaborare ciò che riceviamo quotidianamente.
Allenare la mente a scegliere quali stimoli accogliere non è un atto di chiusura, ma di cura. In questo modo, l’informazione torna a essere ciò che dovrebbe: uno strumento di crescita e consapevolezza, non una fonte di sovraccarico.