
Il Disturbo Post-Traumatico da Stress, o PTSD, rappresenta una delle condizioni cliniche in cui il tempo psicologico sembra interrompersi. L’evento traumatico non viene integrato come ricordo, ma rimane “attivo”, riemergendo sotto forma di immagini intrusive, incubi, reazioni corporee intense e uno stato di allerta costante. Non si tratta semplicemente di memoria dolorosa: ciò che osserviamo è un sistema nervoso che continua a funzionare come se il pericolo fosse ancora presente.

Nel mio lavoro clinico considero il trauma come un’esperienza che coinvolge simultaneamente mente e corpo. Le persone spesso riferiscono di sentirsi in costante tensione, facilmente irritabili, con difficoltà di concentrazione e sonno disturbato. Possono evitare luoghi, situazioni o pensieri che ricordano l’evento, nel tentativo di proteggersi da emozioni troppo intense, e allo stesso tempo sentirsi invase da ricordi improvvisi e incontrollabili. Questa alternanza tra iperattivazione ed evitamento crea una sorta di prigionia interna: da una parte il passato irrompe, dall’altra si cerca disperatamente di non sentirlo.
Dal punto di vista diagnostico, il DSM-5-TR colloca il PTSD all’interno dei disturbi correlati a eventi traumatici e stressanti, sottolineando come la condizione insorga in seguito all’esposizione a minacce gravi per l’integrità fisica o psicologica, vissute direttamente o indirettamente. La sofferenza si manifesta attraverso ricordi intrusivi, flashback, sogni angosciosi, evitamento persistente degli stimoli associati al trauma, alterazioni negative del tono emotivo e delle convinzioni su di sé e sul mondo, oltre a uno stato di costante ipervigilanza.
Questi aspetti non sono semplici “sintomi psicologici”, ma riflettono modificazioni profonde dei sistemi neurobiologici della paura e dello stress.

Le ricerche neuroscientifiche mostrano infatti un’aumentata reattività dell’amigdala, coinvolta nell’allarme emotivo, una minore modulazione della corteccia prefrontale, deputata al controllo e alla regolazione, e alterazioni dell’ippocampo, fondamentale per collocare i ricordi nel tempo e nello spazio. È come se il cervello faticasse a distinguere tra ciò che è accaduto e ciò che sta accadendo: il corpo reagisce al ricordo come reagirebbe al pericolo reale.
Tuttavia, l’inquadramento descrittivo del DSM, pur fondamentale per la diagnosi, non esaurisce la complessità dell’esperienza traumatica. Per comprendere davvero cosa accade alla persona, trovo particolarmente utile integrare la prospettiva del Psychodynamic Diagnostic Manual (PDM-2), che amplia lo sguardo oltre i sintomi e si concentra sul funzionamento globale della personalità.
Se il DSM ci dice che cosa osserviamo, il PDM ci aiuta a capire come il trauma viene vissuto internamente. Non si limita a elencare manifestazioni cliniche, ma invita a esplorare il modo in cui quell’esperienza ha modificato la regolazione emotiva, l’immagine di sé, la qualità delle relazioni e il senso di continuità dell’identità.
Dal punto di vista del PDM, il trauma può interferire con funzioni mentali di base, come la capacità di dare significato alle emozioni, di tollerare stati affettivi intensi e di integrare l’esperienza in una narrazione coerente. In molte persone con PTSD il ricordo rimane frammentato, corporeo, difficilmente simbolizzabile. Non è “raccontabile”, ma si ripresenta come sensazione, immagine o stato fisiologico. Questo può generare una sensazione di estraneità da sé stessi, come se parti della propria storia non appartenessero davvero alla propria identità.
Quando il trauma è di natura interpersonale, come nel caso di abusi, violenze o trascuratezza precoce, l’impatto può essere ancora più profondo.

Proprio le figure che avrebbero dovuto offrire protezione diventano fonte di paura, e ciò compromette la fiducia di base nelle relazioni. L’altro può essere percepito contemporaneamente come necessario e minaccioso, rendendo difficile la vicinanza emotiva. In questi casi il problema non riguarda soltanto la presenza di sintomi post-traumatici, ma l’organizzazione stessa della personalità, i modelli di attaccamento e il senso di sicurezza interna.
Questo sguardo più dimensionale cambia anche il modo di pensare al lavoro psicologico. Non si tratta solo di ridurre i flashback o l’iperattivazione, ma di ricostruire gradualmente un’esperienza di stabilità e integrazione. Prima ancora di affrontare direttamente il ricordo traumatico, è spesso necessario aiutare la persona a sviluppare strumenti di regolazione emotiva, a riconoscere i propri stati interni e a sentirsi sufficientemente al sicuro nella relazione clinica. Solo quando il sistema nervoso esce dalla modalità di sopravvivenza diventa possibile trasformare l’esperienza da minaccia attuale a memoria elaborata.
In questa prospettiva, il trauma non definisce la persona, ma rappresenta una ferita che può essere compresa e progressivamente integrata. I modelli diagnostici come il DSM-5-TR e il PDM-2, se utilizzati insieme, permettono di coniugare rigore clinico e attenzione alla soggettività, ricordandoci che dietro ogni quadro sintomatologico esiste una storia unica che merita ascolto, tempo e significato.