
Accade sempre più spesso, oggi, di incontrare persone che sembrano gestire tutto con naturalezza. Hanno un lavoro stabile, relazioni funzionali, impegni quotidiani che portano avanti con puntualità. Eppure, dietro quell’apparente solidità si nasconde un silenzio emotivo profondo, un senso di vuoto che si alimenta di efficienza e controllo.
La depressione mascherata è una forma di sofferenza invisibile che non somiglia affatto alla depressione “classica”: chi ne soffre non si chiude in sé stesso, non smette di funzionare. Al contrario, spesso lavora di più, sorride, rassicura gli altri , ma dentro sente di non riuscire più a provare piacere o leggerezza.
Alcune ricerche, come quelle di Aaron Beck e Martin Seligman, hanno mostrato che i pensieri depressivi nascono da convinzioni profonde di impotenza e di fallimento personale. Nella depressione mascherata, però, queste convinzioni non paralizzano: spingono piuttosto a reagire con un eccesso di attività, perfezionismo e bisogno di approvazione.
Il dolore viene tenuto sotto controllo attraverso la prestazione.

Come osservano Goldberg e Goodyer (2014), si tratta di un meccanismo tipico di personalità molto coscienziose o iperresponsabili, che vivono la vulnerabilità come qualcosa di intollerabile.
Il messaggio che queste persone hanno interiorizzato è semplice ma devastante: “valgo solo se riesco”.
Così, la tristezza non viene mai espressa: viene gestita, nascosta, sostituita da un’immagine di forza che protegge dal crollo ma isola emotivamente.
La cultura contemporanea non aiuta. Viviamo in un’epoca che premia la produttività, la disponibilità costante, la connessione continua.
Il filosofo Byung-Chul Han ha definito la nostra epoca “la società della stanchezza”: un tempo in cui le persone non vengono più oppresse da limiti esterni, ma da sé stesse.
Chi soffre di depressione mascherata spesso incarna perfettamente questo modello: si chiede sempre di più, non riesce a fermarsi, e si misura solo in termini di risultati.

Sul piano psicologico, questo tipo di funzionamento è vicino a quello che Winnicott chiamava falso sé: una parte della personalità costruita per proteggersi dal dolore. È il volto sociale di chi, dentro, teme che la propria fragilità sia inaccettabile.
Le teorie sull’attaccamento offrono una chiave importante per comprendere questa forma di disagio.
Chi ha sviluppato un modello di attaccamento evitante tende a gestire le emozioni attraverso la distanza e l’autonomia.
Mikulincer e Shaver (2016) mostrano come questi soggetti appaiano forti, indipendenti e capaci di autocontrollo, ma in realtà abbiano difficoltà a riconoscere e condividere i propri bisogni emotivi.
Nelle storie di chi vive la depressione mascherata, si ritrovano spesso infanzie in cui non c’era spazio per la fragilità: bambini che hanno imparato a “non disturbare”, a essere bravi e a non chiedere troppo.

Da adulti, questa strategia diventa un abito identitario: si continua a funzionare, ma dentro si vive un’assenza di senso e di contatto affettivo.
La depressione mascherata si riconosce non tanto dai sintomi classici, quanto dalle crepe dell’efficienza.
Può manifestarsi come:
stanchezza cronica e difficoltà di concentrazione,
disturbi del sonno o dell’appetito,
irritabilità o perdita di interesse,
perfezionismo eccessivo,
difficoltà a sentire emozioni intense, né negative né positive.
Chi ne soffre raramente chiede aiuto, perché non riconosce la propria sofferenza come un problema reale: sente solo di essere stanco di essere forte.
Le linee guida del National Institute for Mental Health (2022) sottolineano che la depressione può assumere forme molto diverse e che spesso, nelle fasi iniziali, i sintomi somatici o comportamentali nascondono la reale sofferenza emotiva.
Curare la depressione mascherata significa restituire alla persona la possibilità di sentire, non solo di capire.
Il lavoro terapeutico, soprattutto negli approcci psicodinamici e nella terapia basata sulla mentalizzazione (Bateman & Fonagy, 2016), si concentra sulla costruzione di un ambiente relazionale sicuro in cui poter riconoscere e legittimare le proprie emozioni.
Non si tratta di “eliminare” il dolore, ma di dargli un nome e un senso.
Molti pazienti scoprono che la loro efficienza era una difesa contro la paura di non essere amati se non impeccabili.
Quando si riesce a smettere di dover sempre “funzionare”, la tristezza perde il suo potere distruttivo e può trasformarsi in consapevolezza emotiva.

In conclusione, la depressione mascherata non è la mancanza di forza, ma la mancanza di spazio per la vulnerabilità.
È un modo di sopravvivere che si paga con il prezzo della solitudine interiore.
Riconoscerla significa dare voce a quella parte di sé che da anni chiede solo di essere vista, non giudicata.
Se senti che la tua forza ti pesa, che la stanchezza non passa o che la tua efficienza nasconde un vuoto difficile da spiegare, allo Studio Intus Mentem troverai uno spazio di ascolto e comprensione in cui ricominciare a sentire, con gentilezza e autenticità.